Il private market naturale dell'Italia che non ha ancora la sua infrastruttura

Successione, governance e capitale paziente per proteggere e far crescere le PMI strategiche.

L'Italia non è solo un Paese di PMI. È, di fatto, un mercato privato naturale che non ha ancora costruito la propria infrastruttura finanziaria coerente. Le micro e piccole imprese sono circa il 99% delle aziende, generano oltre il 60% del valore aggiunto e impiegano circa il 75% dei lavoratori. Dentro questo tessuto, l'impresa familiare è la norma: fra l'85% e il 90% delle aziende è a controllo familiare.

FIGURA 1 | PMI: scala economica e occupazionale

99%

delle aziende

60%+

valore aggiunto

75%

occupazione

Fonte: Cerved PMI 2023

Sul passaggio generazionale i numeri sono impietosi: solo il 30% delle imprese familiari sopravvive al primo passaggio, e appena il 3% arriva alla terza generazione. Una stima recente indica che il 92% delle PMI familiari italiane affronterà una successione nei prossimi anni e che solo il 18% ha un processo strutturato. In un Paese dove quasi tutte le imprese sono PMI e quasi tutte le PMI sono familiari, ogni successione è un evento sistemico.

FIGURA 2 | Passaggio generazionale: indicatori chiave

30%

sopravvive al 1° passaggio

3%

arriva alla 3ª generazione

92%

affronterà successione

18%

ha processo strutturato

In molti settori, l'Italia ha costruito nicchie globali ad alto valore aggiunto: fonderie e meccanica di precisione, lavorazioni avanzate per automotive e aerospazio, componentistica, manifattura per il design e il fashion, agroalimentare di qualità. Sono imprese con poche decine di milioni di fatturato ma una densità di know-how difficilmente replicabile, vere e proprie "multinazionali tascabili". Sono poco interessanti per i conglomerati globali – troppo specifiche, troppo basate su sapere tacito – e al tempo stesso troppo piccole e polverizzate per il grande capitale globale, che ragiona per ticket da centinaia di milioni.

Il risultato è che l'asset più prezioso del Paese è strutturalmente sottocapitalizzato e sottogovernato, pur generando cash flow sani e margini potenziali elevati.

La Borsa non è la risposta

La risposta riflessa è: "andiamo in Borsa". Ma per la gran parte delle PMI italiane la Borsa è un miraggio. A fine 2024 l'intero listino valeva circa 836 miliardi di euro, poco più di un quinto di Nvidia e un terzo di Amazon: il segnale di una profondità insufficiente del mercato azionario.

FIGURA 3 | Euronext Growth: dimensione tipica IPO e free float

~€40M

capitalizzazione media IPO

~20%

flottante tipico

Fonte: IRTOP (profilo medio IPO 2024)

Sul segmento Euronext Growth, dedicato alle PMI, la capitalizzazione media in IPO è intorno ai 40 milioni, con flottanti nell'ordine del 20%: per molte società il capitale effettivamente negoziabile si riduce a 10–15 milioni di euro. Ne derivano scambi sottili, prezzi spesso scollegati dai fondamentali, difficoltà a fare aumenti di capitale seri. La crescita dei delisting indica che non è il singolo emittente a non funzionare, è l'architettura.

"Dire a una PMI che vuole crescere e aggregare 'vai in Borsa e risolvi' è, nella maggior parte dei casi, una risposta sbagliata alla domanda giusta."

Il paradosso del risparmio italiano

Nel frattempo, le famiglie italiane hanno superato i 6.000 miliardi di euro di ricchezza finanziaria, con oltre 1.300 miliardi accumulati in più dal 2019. Una quota rilevante è investita in prodotti con sottostante globale che alloca prevalentemente all'estero, mentre le PMI italiane continuano a vivere di autofinanziamento e debito bancario di breve, con pochissimo equity.

FIGURA 4 | Risparmio finanziario vs profondità del mercato azionario

€6.000B+

Ricchezza finanziaria famiglie italiane

€836B

Capitalizzazione Borsa Italiana

Fonte: Consob (market cap fine 2024); FABI (ricchezza finanziaria 2024)

Il Paese vive un paradosso: il capitale generato dall'economia reale italiana non trova canali strutturati per tornare nell'economia reale italiana.

Il Private Capital: funziona, ma come?

In questo scenario, il private capital in sé non è il problema: i dati KPMG–AIFI indicano un IRR medio intorno al 18–20% negli ultimi dieci anni. L'asset class, sulla carta, è in grado di generare rendimenti elevati e di attrarre parte del risparmio di lungo periodo.

FIGURA 7 | Rendimenti: profili di riferimento

18-20%

IRR medio PE Italia (10 anni)

25%+

IRR Search Fund (Stanford GSB)

Fonte: KPMG–AIFI; Stanford GSB (Search Fund Study)

Ma la domanda non è se il private capital "funzioni": è come lo si costruisce. Se il rendimento nasce soprattutto da multiple expansion e deleverage, e poco da miglioramento industriale, la solidità di quell'IRR è molto meno robusta. Uno sbilanciamento strutturale sul deleverage significa usare il cash flow per cosmetica finanziaria – ripagare debito e "tirare su" il multiplo – invece che per impianti, tecnologia, persone, R&D, cioè per la competitività industriale che crea vera ricchezza per il sistema.

Il triangolo imprenditore-capitale-management

Da manager che lavora all'intersezione fra tecnologia, finanza e industria, arrivo a una convinzione semplice: la finanza da sola non basta, ma nemmeno l'imprenditoria da sola è sufficiente. Serve un triangolo in equilibrio fra imprenditore, capitale e management.

Il Triangolo del Valore

Imprenditore

Storia, rischio e capacità di decidere in condizioni incomplete

Capitale

Orizzonte temporale e disciplina finanziaria

Management

Mercati, tecnologie, concorrenza e traduzione in scelte operative

L'investimento di minoranza con diritti di board ben definiti è una leva chiave. Non si tratta di fermarsi al 30% per timidezza, ma di costruire un equilibrio in cui la famiglia resta azionista di riferimento, il private capital entra con quota rilevante ma non totalitaria, siede stabilmente in consiglio, ha voce su piano industriale, M&A di filiera e allocazione del capitale. L'obiettivo non è sostituire l'imprenditore, ma mettere l'azienda nelle condizioni di sopravvivere e crescere oltre la sua generazione.

Askéon Capital: la nostra proposta

È in questa prospettiva che nasce Askéon Capital. Askéon si propone come partner industriale, di aziende considerate "micro" (tra i 3 ed i 30 mln di fatturato) ma dal potenziale industriale e strategico enorme, non come veicolo di flipping.

Lavora con gli imprenditori, non contro di loro, mantenendo le famiglie come azionisti di riferimento e collocando il capitale di terzi in posizione di minoranza attiva. La creazione di valore non è affidata a espansioni di multipli, ma a quattro leve concrete:

  • Miglioramento strutturale dei margini
  • Qualità e diversificazione dei ricavi
  • Efficienza del capitale investito
  • Resilienza finanziaria e di filiera
"In un Paese in cui le PMI rappresentano il 99% delle imprese, questa non è una strategia di nicchia: è, sostanzialmente, politica industriale fatta con strumenti privati."

Conclusione: il momento è adesso

Nei prossimi cinque-dieci anni l'Italia si gioca una parte decisiva del proprio futuro industriale. Possiamo continuare con interventi episodici, lasciando che il capitale entri ed esca secondo logiche globali, oppure decidere consapevolmente di diventare un Paese di mercati privati organizzati, dove il risparmio italiano finanzia, con rendimenti adeguati, le imprese che fanno davvero il Paese.

Alla fine, la differenza fra un'operazione che genera IRR svuotando lentamente un pezzo d'Italia e un'operazione che produce lo stesso IRR rafforzandone la spina dorsale industriale non la fanno gli slogan, ma l'architettura: finanziaria, industriale e manageriale integrata nelle decisioni.

Il momento per scegliere non è "quando i tassi scenderanno" o "quando la Borsa ripartirà". Il momento è adesso.


Per maggiori informazioni: investments@askeon.capital