Tra il 2020 e il 2023 in Italia hanno chiuso 8.858 aziende vinificatrici. Da 38.858 a 30.000, il 22,8 per cento del comparto sparito in trentasei mesi, circa duecentoquaranta imprese al mese. Il dato è dell'ISMEA su base Agea, pubblicato nella scheda di settore dell'aprile 2024. Nel decennio precedente ne era già uscito il quarantadue per cento, con un meno cinquantasei nei vini da tavola. Parliamo di un settore che occupa 210.000 persone in modo diretto, 870.000 lungo la filiera, e ne coinvolge un milione e ottocentomila nell'indotto allargato.
Nessun titolo di prima pagina. Nessun tavolo istituzionale. Nessuna politica industriale dedicata. Un pilastro dell'economia reale italiana si è smontato in silenzio e la conversazione pubblica sul vino, in questi mesi, parla di dazi.
I dazi sono un fatto, e sono un fatto pesante. L'Osservatorio dell'Unione Italiana Vini ha misurato il primo anno pieno di tariffe americane, da aprile 2025 a marzo 2026: valore a meno diciassette per cento, oltre 340 milioni di euro in meno, volumi al livello più basso da dieci anni. Ma dentro quel numero c'è il dettaglio che va letto due volte, perché non riguarda Washington. Per tenere gli scaffali, le imprese italiane hanno tagliato i listini di quasi il nove per cento. Hanno pagato loro il dazio al posto dell'importatore americano. E poi hanno continuato a tagliare anche in casa: a marzo 2026 i prezzi al consumo del vino in Italia segnavano meno due virgola uno per cento mentre il carrello della spesa cresceva del due virgola due. Un prodotto discrezionale che deflaziona dentro un'inflazione alimentare positiva ha smesso di avere potere di prezzo, e un'impresa che ha perso il potere di prezzo non ha più una strategia, ha una speranza.
Il resto del quadro lo ha messo in fila l'Area Studi Mediobanca il 20 maggio 2026, su 255 società con oltre venti milioni di fatturato e dodici miliardi aggregati: vendite 2025 a meno 2,8 per cento, export a meno 3,4, EBITDA a meno 4,2, EBIT a meno 9,5, risultato netto a meno 7,5. Consumi interni a meno 9,4. Al 30 giugno 2026, alla vigilia della vendemmia, nelle cantine italiane c'erano 46,5 milioni di ettolitri di vino e 3,7 milioni di ettolitri di mosti, in crescita del 6,7 e del 36,2 per cento sull'anno precedente. Più di quanto il Paese produca in un anno intero. Nel mondo si fanno 227 milioni di ettolitri e se ne bevono 208.
La versione comoda di questa storia è che la colpa è dei dazi, dei giovani che non bevono più, del clima, della Cina che non compra. È la versione che rassicura, perché sposta la responsabilità fuori dalla cantina e lascia intatta l'unica conclusione operativa possibile: aspettare, resistere, chiedere. È anche una versione fattualmente debole. Negli Stati Uniti, che valgono il ventiquattro per cento del nostro export, i Millennials hanno superato i Boomer come prima coorte di consumatori di vino, dal ventisei al trentuno per cento in due anni, e la Gen Z è cresciuta del cinquantasei. Il bacino totale si restringe perché escono i Boomer dal consumo regolare, non perché i trentenni abbiano voltato le spalle. Nel segmento ultra-premium americano gli under 44 fanno il sessanta per cento del consumo a valore, e il sessanta per cento dei giovani dichiara di essere passato volontariamente a vini più costosi, contro il quarantotto per cento dei maturi.
La storia vera si ricostruisce dai bilanci, che sono pubblici, e che nessuno ha voglia di leggere fino in fondo.
L'Italia esporta 21,7 milioni di ettolitri contro i 12,9 della Francia e incassa 8,1 miliardi contro 11,7. Loro vendono a 9,10 euro al litro, noi a 3,74. Vendiamo il doppio e guadagniamo un terzo in meno, con 720.000 ettari vitati contro i loro 800.000, che è più o meno la stessa terra. Il rendimento medio sul capitale investito di questo settore è il 5,3 per cento, contro un costo del capitale che per una media impresa industriale italiana sta tra il sette e il nove. La maggioranza delle imprese del vino italiano distrugge valore economico ogni anno che passa, e lo fa senza rumore, perché il patrimonio immobiliare tiene in piedi lo stato patrimoniale mentre il conto economico si svuota. Il debt ratio medio è 1,04 volte: una struttura finanziaria prudentissima, che in questo contesto significa che il settore non usa leva nemmeno per fare le cose che gli servirebbero.
Dentro quella media c'è il numero che spiega tutto il resto. I trader e gli imbottigliatori, che non possiedono un ettaro di vigna e controllano marchio e distribuzione, rendono l'8,96 per cento. I produttori integrati stanno in mezzo. Le cooperative sono al 2,8. In questo mestiere il valore si crea a valle, ed è scritto nero su bianco da anni.
Ora la parte che fa male, e che nessuno commenta.
Sempre Mediobanca: negli ultimi tre anni gli investimenti dei maggiori produttori italiani hanno riguardato la cantina nel novanta per cento dei casi, l'efficienza energetica nel settantasette, la tecnologia nel cinquantasette. Nel 2025 gli investimenti complessivi sono cresciuti del 3,5 per cento. La spesa pubblicitaria è calata del 5,4 ed è ferma al 2,6 per cento del venduto. Davanti al peggior anno commerciale del decennio, il settore ha comprato acciaio e ha tagliato il mercato.
Questo non è un incidente. È una scelta sbagliata ripetuta con metodo da persone competenti, e le scelte sbagliate ripetute con metodo hanno sempre una causa a monte. La causa, qui, è chi decide e con quali informazioni.
Il sessantasei per cento del patrimonio netto del settore è in mani familiari, il 16,6 in cooperative, il 4,1 in mano al private equity, contro un dieci-quindici per cento stimato in Francia. Otto delle prime quindici aziende per fatturato sono cooperative, e una cooperativa per statuto massimizza il prezzo di conferimento dell'uva ai soci, non l'utile dell'impresa. Il margine viene distribuito a monte, l'utile netto resta vicino allo zero, il capitale reinvestibile non si forma mai, e quando arriva uno shock non c'è patrimonio disponibile per assorbirlo. Nelle imprese italiane con più di cinquanta addetti la quota guidata da un manager non familiare sta sotto il venti per cento: otto su dieci restano gestite da chi le possiede.
Le eccezioni sono note e sono sempre le stesse. Antinori ha separato la proprietà dalla gestione con un amministratore delegato esterno e un team di estrazione FMCG: margine netto dodici per cento, il doppio della media. Herita Marzotto opera con una struttura manageriale completa: 17,8 per cento, il più alto tra le prime venti. Frescobaldi ha consiglieri indipendenti in consiglio dal 2010. Mionetto sta al 9,2. Il ROS medio di settore è il 5,9.
Le famiglie che hanno fatto entrare in azienda qualcuno più bravo di loro guadagnano due o tre volte le altre. Il dato è pubblico da anni. Quasi nessuno lo usa. Nel nostro punteggio settoriale su dodici dimensioni la voce più bassa non è la redditività, è la profondità manageriale: tre su dieci. Non è un problema di talento italiano, il talento in questo Paese abbonda e costa poco. È un problema di porte tenute chiuse.
Chiuse perché aprirle significa che qualcuno in consiglio può dire di no al proprietario. Significa mostrare i numeri veri a un estraneo. Significa scoprire che il figlio non è la persona giusta e doverglielo dire. Ho letto abbastanza bilanci di questo comparto per sapere che il vincolo non è mai il capitale. È sempre quella conversazione.
Ed è una conversazione che sta per diventare obbligatoria per ragioni biologiche. Il ventitré per cento dei leader di aziende familiari italiane ha più di settant'anni, il quarantanove per cento degli imprenditori non si ritira mai, solo il quindici per cento dei passaggi viene pianificato. A giugno 2025 i titolari di imprese individuali con almeno settant'anni erano 314.824, il 10,7 per cento del totale, in crescita dall'8,9 del 2015. Nel vino i fondatori del boom ne hanno tra settanta e ottantacinque. Poi arriva il conto: solo il trenta per cento delle imprese familiari italiane sopravvive al fondatore, il tredici arriva alla terza generazione, il quattro supera la quarta, due su tre spariscono entro cinque anni dal passaggio, e il dieci per cento dei fallimenti italiani deriva direttamente da una successione non pianificata.
Il rovescio di questo dato dovrebbe stare appeso in ogni sala riunioni del settore. Le aziende familiari italiane che il passaggio lo hanno completato tra il 2013 e il 2022 hanno registrato ogni anno il 7,4 per cento di ricavi in più, il 3,5 di ROE in più e l'11,5 in più di crescita delle immobilizzazioni rispetto alla media, con l'effetto amplificato quando l'erede aveva lavorato all'estero e studiato sul serio. La successione preparata non è il rischio del capitalismo familiare italiano. È la sua più grande riserva di valore inespresso, e la stiamo bruciando per non affrontare un pranzo di famiglia.
Su questo sfondo, nel febbraio 2026, l'Unione Europea ha approvato il Pacchetto vino. Il regolamento 2026/471 estende i pagamenti nazionali dalla sola distillazione di crisi anche alla vendemmia verde e all'estirpazione volontaria, e introduce un intervento di estirpazione permanente per le regioni in squilibrio strutturale: chi incassa il premio rinuncia a nuovi impianti per dieci campagne. Nella versione uscita dalla commissione agricoltura, distillazione, estirpo e vendemmia verde risultavano finanziabili al cento per cento con risorse europee, la promozione all'ottanta. Chi distrugge non mette un euro. Chi va a vendere ce ne mette venti su cento.
E l'esperimento, come si è visto, è già stato fatto: 1.074 milioni di euro tra il 2008 e il 2011 per estirpare 175.000 ettari in Europa, circa 31.000 in Italia per trecento milioni, e nel 2013 la produzione italiana a 53 milioni di ettolitri, un record. Si estirpa dove il vigneto rende poco a ettaro, non dove produce troppi ettolitri: escono le colline, restano le pianure ad alta resa. Abbiamo comprato superficie convinti di comprare volume.
Il resto della spesa non sta meglio. La Corte dei Conti europea ha certificato che ai viticoltori arrivano circa cinquecento milioni l'anno per ristrutturare i vigneti e diventare più competitivi, che nei Paesi verificati i progetti vengono finanziati indipendentemente dal contenuto e senza criteri legati alla competitività, includendo anche normali rinnovi non ammissibili, e che al beneficiario non è nemmeno richiesto di dimostrare in che modo quella spesa lo abbia reso più forte. Mezzo miliardo l'anno, per un decennio, senza un solo indicatore di ritorno. In Sicilia, venticinque milioni per la distillazione e sette per la vendemmia verde, trentadue milioni in un anno per ritrovarsi al punto di partenza l'anno dopo, con le cantine sociali del Trapanese sedute su due milioni e settecentomila ettolitri, il venti per cento in più.
Marchionne diceva che un'industria che non sta in piedi da sola non ha il diritto di esistere, e su quella frase si può discutere per giorni. Qui la domanda è più semplice: un comparto che genera dodici miliardi di ricavi e possiede il marchio-Paese più forte del mondo ha davvero bisogno di essere pagato per smettere di produrre? Chiedere il premio per estirpare significa chiedere allo Stato di finanziare la propria uscita dal mercato. Non è politica industriale, è un accompagnamento alla porta con la mancia. E come tutti gli accompagnamenti alla porta funziona benissimo per chi esce e non cambia niente per chi resta.
Quello che resta da fare, dopo, non lo può fare nessun regolamento europeo. Il prezzo si difende avendo un marchio, un contratto e una struttura commerciale propria, e chi non li aveva ha assorbito il dazio per intero. Il magazzino si gestisce pianificando le rese sugli ordini invece che sulla disponibilità di uva, e quei 46,5 milioni di ettolitri fermi sono l'unica fonte di finanziamento disponibile in questo Paese che non passa da una banca e non chiede garanzie. Il canale lo sta indicando il mercato da tre anni, con l'enoturismo a più quindici per cento per le aziende sopra i venti milioni, l'on-premise a meno 4,9 e i wine shop a meno 8,4. E poi servono un direttore commerciale vero, un controllo di gestione vero e un consiglio dove qualcuno abbia il potere di dire di no: costano meno di una linea di imbottigliamento e rendono infinitamente di più.
Nessuna di queste cose passa da Bruxelles. Tutte passano da una decisione presa in una stanza, da una persona, di solito il proprietario, di solito controvoglia.
Se non cambia nulla, la traiettoria porta a ventimila o ventiduemila aziende vinificatrici nel 2033, fatturato reale più basso del dieci-quindici per cento, export sotto i sette miliardi, il passaggio dal secondo al terzo o quarto posto nel mondo e tra quaranta e settantamila posti di lavoro diretti in meno. Non arriverà con un crollo. Arriverà come sta arrivando adesso, duecentoquaranta aziende al mese, senza che nessuno se ne accorga, mentre continuiamo a ripeterci che siamo il primo produttore mondiale.
Il nostro punteggio su questo settore è 46 su 100. Fascia RESTRUCTURE.
Abbiamo il miglior prodotto del mondo e una delle peggiori strutture di gestione d'Europa, e la prima cosa non ci salverà dalla seconda. Il mercato non riconosce la storia, non riconosce il paesaggio, non riconosce i disciplinari. Riconosce chi si presenta con un'organizzazione all'altezza di quello che produce.
Davanti abbiamo dieci anni di passaggi generazionali. Sono la più grande occasione di ricostruzione industriale che questo comparto vedrà nell'arco di una vita professionale, oppure la più grande liquidazione ordinata mai vista in Italia. La differenza non la farà un regolamento europeo e nemmeno l'annata. La farà chi si siede al tavolo la mattina dopo, e cosa sa fare.
La domanda che dovremmo porci ad alta voce è se questo Paese sia ancora capace di distinguere tra un settore da sussidiare e un settore da gestire. Perché finché la risposta resta incerta continueremo a spendere denaro pubblico per estirpare le colline chiamandolo sostegno all'agricoltura, mentre ottomilaottocentocinquantotto imprenditori chiudono la porta e non lo dicono a nessuno.
UC